Thursday 25th April 2019,
Portami a teatro

Dostoevskij sulle note di Tchaikovskij

Come sapete sono curiosa per natura e credo che non ci sia niente di male ad essere così  e penso anche che questo atteggiamento verso la vita non sia nè un delitto nè un castigo. Semmai una condanna. Comunque sia, sappiate che dopo aver parlato con Serena Lietti di Porfirij Petrovic, ho voluto approfondire tutta la  faccenda dell’arresto di Roman Raskolnicov e sentire anche Diana Ceni, che nei panni del  giudice istruttore dostoevskijano si è calata fisicamente e spiritualmente.

Diana com’è questo Porfirij da vicino anzi da dentro? Ha qualcosa di contemporaneo?

Porfirij è un uomo giunto al termine della sua vita lavorativa, che si guarda indietro e scopre che non gli è rimasto nulla, solo il rimpianto di non essere stato un uomo dostoevskijanamente “non comune”. Per viltà, per pigrizia, per troppo senso del dovere, per paura dei cambiamenti, non ha potuto né voluto vivere una vita appieno ed ha invece condannato coloro che hanno osato “superare l’ostacolo”. Porfirij è l’emblema dell’uomo mediocre ma potente, maledettamente attuale e presente in tutte le strutture pubbliche e private. Ma anche nel suo intimo, la mediocrità pesa come un macigno. Ho sentito la necessità e l’urgenza di rappresentarla perché anch’io, come molti altri, non ho mai osato trasgredire, non sono mai andata oltre, nel bene e nel male, preferendo trascorrere una vita tranquilla senza eccessivi problemi.

Qual è l’aspetto di questo personaggio  sul quale hai dovuto lavorare di più?

Quello della mancanza d’amore perché questa è una cosa che non mi appartiene, avendo io vissuto più di quarant’anni con una persona meravigliosa che purtroppo non c’è più.

Qual è il momento recitativo a cui sei più legata?

Senza dubbio il ricordo del padre, di mio padre, fortemente autobiografico, che si articola in tre momenti: nostalgico quando ricordo le serate trascorse seduta vicino a lui ad ascoltare Tchiakovskij; gioioso, quando rammento le mie visite nella biblioteca che dirigeva, mattinate trascorse a giocare con le scalette a rotelle; tragico con una punta di risentimento quando rivivo il momento della sua impiccagione.

Come è stato lavorare alla stesura del testo con Serena Lietti?

E’ stata un’esperienza meravigliosa in una totale corrispondenza di intenti. Spesso quando chattavamo (lei a Vienna ed io Pantelleria) ci scambiavamo le stesse idee contemporaneamente. Serena è una profonda conoscitrice di Dostoevskij e bastava accennare a qualche suggestione che subito trovava il passaggio che la racchiudeva. Inoltre i miei ricordi nel suo testo prendevano vita come se li avesse vissuti lei stessa. Inutile dire che scrive molto bene.

Cosa avete voluto mettere in risalto?

Abbiamo voluto dare visibilità ad un personaggio “minore” dandogli la possibilità di vivere il suo dramma anche oltre le pagine di Dostoevskij, con la presunzione che l’Autore stesso sarebbe stato d’accordo, visto come ce l’ha presentato nei suoi famosi tre dialoghi con Raskolnikov.

Qual è stato il rapporto con i due registi Mino Manni e Alberto Oliva?

E’ stata un’esperienza unica, un viaggio affascinante nei meandri della psiche e dell’anima di Porfirij. Serena ed io abbiamo lavorato prima con Mino, che si è appassionato al personaggio ed ha profuso il suo sapere e le sue emozioni, e poi con Alberto, che ha tirato le fila del lavoro svolto inanellando ed infilando le singole perle per formarne una preziosa collana. La gioia dei nostri incontri per discutere e provare era accresciuta dall’ambiente perché si svolgevano a casa mia e non in una fredda ed anonima sala prove. Con il valore aggiunto della credibilità della scena, considerando che gli arredi ed i quadri di casa mia sono antichi.

E con Dostoevskij? Quanto gli siete stati fedeli, quanto lo avete rispettato?

Dostoevskij è sempre stata la nostra fonte di ispirazione, l’abbiamo rispettato sia nella narrazione che riempiendo il testo di citazioni prese dai suoi romanzi e non solo da Delitto e castigo, citazioni alle quali Serena ed io eravamo molto affezionate e a cui abbiamo talvolta dovuto a malincuore rinunciare per evitare il rischio di presentare un testo troppo criptico e di difficile comprensione.

In questo lavoro ha prevalso un punto di vista più maschile o femminile?

Direi maschile. Il personaggio pensa e ragiona come un uomo anche se abbiamo voluto inserire una nota di omosessualità, soprattutto perché a rappresentarlo ero io, una donna, ma anche perché tra le righe, leggendo in  Delitto e castigo la descrizione del personaggio, spesso in noi si insinuava il dubbio dell’omosessualità, che ovviamente a quell’epoca non poteva essere esplicitata.

Come sei arrivata a studiare recitazione?

Per caso, tutte le cose succedono per caso! Dopo 45 anni da appassionata spettatrice ho voluto provare a passare dall’altra parte, invogliata da uno spettacolo che ha allestito a Pantelleria un regista di Brescia, anch’egli con casa di vacanza in quell’isola stupenda. Al ritorno a Milano, mi sono iscritta alla scuola di recitazione del Teatro Libero-Teatri Possibili. La scelta in seguito si è rivelata non solo vincente ma anche provvidenziale perché il teatro ora è la mia unica salvezza, il solo modo per elaborare il mio lutto devastante, per continuare a vivere e non solo a sopravvivere.

 Chi è o che cosa è un’attrice?

E’ una persona fortunata e felice perché può vivere più di una vita, calandosi di volta in volta nei personaggi che interpreta.

 Cosa vai a vedere a teatro?

Sostanzialmente prosa ma anche lirica. All’inizio della stagione sottoscrivo molti abbonamenti a parecchi teatri. In confidenza a tutt’oggi, dai primi di ottobre, sono al mio 65mo spettacolo.

 Lo spettacolo che ti è piaciuto di più ultimamente.

E’ una domanda difficile, più di uno, ma se devo essere sincera “Pax perpetua” mi ha colpito per la sua potenza, la sua originalità e il suo messaggio e “La fondazione” per il tema (vecchiaia e morte, tema che mi appartiene, che mi appassiona e che vorrei sviluppare).

Dove e in che ruolo ti vedremo prossimamente?

A brevissimo termine interpreterò il ruolo della saponificatrice di Correggio, Leonarda Cianciulli, al Teatro Libero, come esito di  un laboratorio, condotto da Monica Faggiani e Paola Giacometti, “Le voci del male”, sulla storia di 14 assassine ed assassini celebri, prendendo spunto dal libro di Cinzia Tani. A gennaio 2015 parteciperò al Festival dei Sogni Possibili con uno studio dal testo della spagnola Laila Ripoll, “Atra bile”, storia di tre vecchie sorelle, il marito defunto di una di loro e la domestica, che si infliggono reciprocamente umiliazioni e si rinfacciano colpe del passato, in un perfido gioco al massacro. La regia sarà di Maria Luisa Mello che mi ha già diretta in “Prodotto”, uno studio da  Mark Ravenhill. Non escludo una ripresa di Porfirij: un lavoro così intenso ed appassionante, che è penetrato profondamente nell’anima di noi tutti, lo meriterebbe. Poi in cantiere ho tanti progetti! Se si realizzeranno lo dirà il Destino!

 

foto Gianni Congiu

 

 

 

 

Like this Article? Share it!

About The Author