Thursday 25th April 2019,
Portami a teatro

Zeffirelli: “a 93 anni ho voglia di innamorarmi…”

Da oggi anche su Portamiateatro.it le interviste cult de IlGiornaleOff.it. Cominciamo alla grande con le domande di Enrico Groppali al maestro Franco Zeffirelli. Buona lettura.

Zeffirelli: “a 93 anni ho voglia di innamorarmi…”.

Franco Zeffirelli a novantatre anni è in piena attività. E’ appena tornato dagli Emirati Arabi dove ha supervisionato la sua ultima edizione di Aida. Uno spettacolo che a Milano ha sempre suscitato un vero e proprio entusiasmo. Ma non si capisce perché i vertici della Scala hanno preferito vendere scene e costumi al teatro di stato dell’Azerbaigian prediligendo al suo posto un mediocre allestimento firmato Peter Stein. “Su questo argomento non vale la pena di profferir parola”.

Caro Maestro mi dica quando si rimetterà dietro la macchina da presa? Dopo “Callas for ever” i suoi ammiratori attendono un nuovo exploit.

Sono rimasto deluso dal cinema e soprattutto dalla pallida accoglienza al film che io ritengo il più poetico tra quanti ho girato e cioè Diario di una Capinera dal romanzo di Verga.

Per quale ragione?

La storia di una ragazzina che abbandona il mondo per ritirarsi in un chiostro diventava un duplice atto di accusa contro una società che le imponeva di ripudiare lo stato laicale e soprattutto contro la chiesa che condannava l’unione tra la povera Capinera e il ragazzo che amava.

Allora, perché non lo riedita se le sta tanto a cuore?

Semplicemente perché qualcuno l’ha fatto scomparire dalla circolazione. Io stesso ne possiedo una sola copia. E anche perché i vertici ecclesiastici, in questo caso, mi hanno remato contro.

E allora? Cosa vuole fare adesso?

Voglio dedicarmi a potenziare il tessuto narrativo dei miei film più fa-mosi arrichendoli di tutto ciò che nel corso della lavorazione ho dovuto eliminare.

Me ne può fare un esempio?

Facendo dei meravigliosi libri che conservino, sia pure sulla carta, le illusioni di un nuovo montaggio. Ridisegnerò le scene eliminate come se fossero il proseguimento ideale del pensiero dei personaggi.

E come?

Dovrò far dire al bellissimo volto di Gesù (Robert Powell) spezzoni di parole che enunciano in modo esplicito la sua santità. Vorrei fare la stessa cosa con Fratello sole, sorella luna e addirittura, se mai ne avrò la forza, con alcuni personaggi dei Grandi fiorentini il film che non sono mai riuscito a realizzare.

Può dirmi come farà?

Ancora non glielo posso dire, ma pensi alla gioia che proverò nel mettere in bocca a Leonardo a Piero della Francesca o a Petrarca le grandi sentenze che hanno segnato la loro vita di artisti.

Cambiando argomento, posso chiederle cosa pensa della bellezza?

La bellezza è la sola qualità che ci rende uomini fin dalla nascita. Un corpo, un gesto e un colore che ci inebriano sono l’unico incentivo consentito all’uomo per creare l’opera d’arte e congiungersi a Dio

Quando è stato colpito, per la prima volta, dall’apparente paradosso: bellezza uguale arte?

La prima che mi ha fatto conoscere la bellezza è stata mia zia Laide, una donna straordinaria capace di estasiarsi notte e giorno davanti alla cupola di Brunelleschi ritta in mezzo al cielo.

E più tardi?

Più tardi ci fu la grande lezione di Luchino Visconti che mi fece capire come si potesse rivaleggiare con la realtà ricreandola.

Allude a qualcosa in particolare?

Penso a due singolarissimi spettacoli che tuttora mi ammaliano. La ricreazione della città di Troia in Troilo e Cressida in colori insieme accesi e spenti come si conviene a una metropoli dell’antichità percorsa dall’onda rapinosa della guerra. Gli edifici davano l’impressione di potersi sciogliere all’improvviso come un castello di carte. E soprattutto alla scena autunnale delle Tre sorelle di Cechov dove i magici colori della scena riflettevano l’immagine di un autunno dorato che non tramontava mai.

Molti tra i suoi detrattori la rimproverano di aver realizzato solo delle meravigliose cartoline illustrate, cosa può rispondere?

Le cartoline sono un portato commerciale della bellezza. Se poi c’è chi le scambia solo per una misera cartolina peggio per lui.

E la lirica non è stata, forse, uno dei suoi grandi amori?

I registi di oggi fanno di tutto per distruggerla. Preferiscono ignorare che se Puccini ha ambientato il secondo atto della Boheme all’interno del ‘Caffè Momous’ non si può travisare questo preciso riferimento ficcando personaggi e comparse in altri luoghi che hanno poco o nulla a che fare con l’opera.

E la Tosca? Nel suo allestimento londinese ha seguito le indicazioni di Sardou per il suo dramma con Sarah Bernahrd. Che ne dice in proposito?

Per fortuna di quella regia in scena al Covent Garden nel lontano 1964 rimangono le riprese che la BBC realizzò ma solo del secondo atto. Da Sardou ho preso lo spunto per visualizzare scenograficamente due soli ambienti. Lo studio di Scarpia e la stanza dove il povero Cavaradossi veniva torturato dagli scherani del Papa. Un’idea che fu molto lodata anche per la memorabile interpretazione di Maria Callas.

Già la Callas, oltre ad averle dedicato un film l’ha diretta in teatro ben cinque volte. Quale è stato l’episodio più saliente della vostra collaborazione?

Ce ne sono stati tanti ma io ricordo particolarmente la scena straziante del finale della Norma parigina. Quando Maria con un filo di voce raccomanda i suoi figli al padre Oroveso. I suoi accenti furono di una tale veemenza da far esplodere il pubblico dell’Operà in uno dei più grandi applausi della storia. Venticinque minuti ininterrotti.

A proposito della Callas molti critici si sono stupiti di come lei abbia concepito il fim sulla sua vita.

Perché stupirsi? Ho voluto ricreare la solitudine della donna che abbandonata l’arte sogna un impossibile ritorno riascoltando le sue amate partiture. E’ la nota piu’ straziante che abbia immaginato per celebrarla e renderla immortale.

E la Magnani? Fece epoca la sua regia della Lupa.

Anna era una creatura unica ma in modo completamente diverso dalla Callas. Basti pensare che rifiutò il ruolo di Chi ha paura di Virginia Woolf semplicemente perché era una storia americana. Lei era una romana autentica. Quale altra diva del teatro italiano avrebbe osato gettare un piatto di spaghetti in faccia a Roberto Rossellini quando seppe che in Stromboli l’aveva sostituita con Ingrid Bergman.

Tra voi ci sono stati problemi?

Nessuno perché quando Anna decideva di essere quel personaggio lo era fino in fondo con furore e pudore insieme. Nella Lupa per esempio aveva scovato una vecchia canzone (Garofano pomposo) che cantava senza mai guardare in faccia l’uomo di cui era innamorata. Un pezzo d’antologia che ancora oggi mi fa rabbrividire.

Italia a parte qual è stato il paese che le ha dato le più grandi soddisfazioni?

L’America per il cinema e l’Inghilterra per il teatro. Chi, se non un’inglese, avrebbe affidato a uno sconosciuto venticinquenne la regia all’Old Vic di Romeo e Giulietta?

Ma lei ha portato a Londra anche Eduardo.

Certamente Sabato, domenica e lunedì con la strepitosa coppia Laurence Olivier e Joan Plowright.

Rimprovera qualcosa al teatro italiano?

Questo è un argomento che solo a parlarne mi fa stare male. Comunque non mi rimprovero nulla perché per mia fortuna non mi hanno mai nominato direttore di un Teatro Stabile. Avevo già pesantemente reagito contro Ennio Flaiano che stroncò i miei spettacoli dicendo: “Zeffirelli è un genio solo se ti invita a cena”. Ribattezzandomi con profondo disprezzo come Scespirelli.

E adesso?

Adesso se potessi avrei ancora voglia di innamorarmi e rifarei tutto da capo, polemiche comprese. E con questo non le dico addio ma arrivederci.

 

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